La Corte di Brescia ed il conferimento in OneCoin

La Corte di Brescia ed il conferimento in OneCoin

La Corte d’Appello di Brescia ha recentemente confermato il rigetto da parte del Tribunale di prima istanza del ricorso di una Società avverso il rifiuto da parte del notaio di iscrivere presso il Registro delle Imprese la delibera assembleare che prevedeva un aumento di capitale di S.R.L. con conferimento in criptovaluta.

Parte dell’argomentazione è fondata sull’oggettiva difficoltà di procedere con l’esecuzione forzata sulle criptovalute. Questo è chiaro: stante la necessità di ottenere direttamente dal debitore la chiave di cifratura per accedere al wallet dove sono conservate le criptomonete, il creditore non riuscirebbe mai a pignorarle senza la collaborazione del debitore. L’assenza di un’Autorità o di un intermediario, poi, non permetterebbe il congelamento dei beni in questione.

Altra parte dell’argomentazione della Corte è invece basata sulla giovane età di questo strumento di scambio. Rilevando che la criptovaluta che si desiderava conferire (OneCoin) rappresentava l’unità di misura dello scambio di beni e servizi, e non il valore ivi sottostante.

Il ragionamento della Corte è così oggi soggetto di una polverosa discussione. Una parte vi aderisce, sostanzialmente vedendo le criptovalute come uno strumento “autoreferenziale” e dunque privo di un valore proprio oggettivamente conoscibile al mercato (quindi non assoggettabile a valutazione peritale); altra parte vi si discosta, argomentando che – in fondo – anche uno strumento di scambio come un metallo prezioso soggiace alle medesime dinamiche di mercato.

La criptovaluta in questione

Va subito notato che la Corte ha decretato l’impossibilità generale di procedere al conferimento in criptovaluta, creando un pericoloso precedente giurisprudenziale.

Le realtà dei fatti è che la criptomoneta oggetto del conferiemento è già da tempo discussa, ed il fermo al conferimento poteva essere espresso su ben altre basi. OneCoin, la criptovaluta che il socio avrebbe conferito per il capitale societario, è stata oggetto di una pronuncia dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che l’ha raggiunta con una sanzione di quasi 3 milioni di Euro, in quanto:


Il reclutamento di nuovi consumatori rappresentava il fine esclusivo dell’attività di vendita e veniva fortemente incoraggiato attraverso il riconoscimento di svariati bonus, unica effettiva e reale remunerazione del programma. L’acquisto del kit di formazione infatti celava la fee d’ingresso necessaria per entrare nel sistema e convincere altri consumatori della bontà del prodotto. In realtà la criptomoneta OneCoin, di cui non è stato possibile verificare l’esistenza e la consistenza, era il pretesto per un sistema che aveva esclusivamente come obbiettivo (e si sosteneva attraverso) l’inserimento di altri consumatori.

AGCM, 10 agosto 2017

Sebbene l’azienda OneCoin Ltd sia ufficialmente dislocata negli Emirati Arabi Uniti, secondo un rapporto della polizia bulgara opera attraverso “centinaia di società affiliate in quattro continenti, […] oggetto di indagini in Inghilterra, Irlanda, Italia, Stati Uniti, Canada, Ucraina, Lituania, Lettonia, Estonia e molti altri paesi”. Tale rapporto ha seguito la confisca di documenti e server appartenenti a One Network Services EOOD – rappresentante e distributore di OneCoin – ed altre 14 società collegate. Ulteriori accuse di frode sono state poi mosse in Kazakhistan a maggio 2017, e poco dopo l’Autorità indiana ha disposto l’arresto di 23 persone coinvolte nello schema OneCoin.

E’ valsa davvero la pena di creare un precedente simile per fermare un conferimento in OneCoin?


OneCoin è menzionata come criptovaluta oggetto di questo specifico procedimento da Quotidiano del Fisco – Il Sole 24 Ore, 03 novembre 2018.